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Bologna Estate racconta #2

Angelica Zanardi, fondatrice di Crexida, racconta Scena Natura, la rassegna tra i calanchi bolognesi

Da sempre la natura è stata palcoscenico e musa per l'arte teatrale. Gli antichi greci celebravano le loro tragedie a cielo aperto, nelle gradinate di teatri scavati nella roccia, circondati dalla magnificenza del paesaggio. Anche quest’anno per Bologna Estate Fienile Fluò , fino al 20 settembre , diventa il palcoscenico dove arte e natura si fondono in un'esperienza unica grazie al festival Scena Natura. L'iniziativa propone spettacoli di teatro e danza, musica e cinema, performance e progetti immersivi nella cornice naturale dei Calanchi bolognesi, facendo riscoprire il piacere di vivere il teatro al di fuori dei luoghi convenzionali.

Abbiamo fatto due chiacchiere con Angelica Zanardi , attrice, autrice e regista, fondatrice di Crexida/Anima Fluò, l’associazione culturale che ha organizzato questa rassegna.


Partiamo dal contesto ambientale: quando e come nasce Fienile Fluò?

Nasce nel 2008 e inizialmente è stato pensato come luogo culturale. Infatti la prima cosa di cui mi sono occupata è stata il teatro. Il mio sogno era costituire uno spazio di creazione per la nostra compagnia dove le persone potessero vedere uno spettacolo o partecipare ad una performance, e poi fermarsi a mangiare.Volevo abbinare il piacere del cibo con il piacere della cultura. In Italia, secondo me, questa cosa è rarissima, mentre a Londra è molto frequente. I teatri hanno un bar, dove bere un drink e poi ci si può fermare a cena. È un concetto contemporaneo perché porta le persone a vedere il teatro come un aspetto integrato nella vita piuttosto che un appannaggio per pochi. Il problema è che in Italia l’abbinamento cibo-cultura mette troppo spesso in secondo piano la cultura in favore del cibo. La mia idea è sempre stata ricreare il modello londinese dove entrambe le cose sono curate e hanno il giusto valore. Da noi un bell’esempio è il Teatro del Sale a Firenze, un posto all’avanguardia dove l’attrice Maria Cassi e suo marito, che ora non c’è più, lo chef Fabio Picchi, proponevano la loro idea di vita attraverso l’arte, la cultura e la cucina.
In Italia si tende a dare per scontato che la cultura sia gratuita, ma il mestiere dell’artista è duro e dietro c’è un lavoro tremendo che spesso non viene valorizzato. Ho dedicato tanta energia a questo progetto e vorrei che la parte artistica venisse vista e apprezzata diversamente. Siamo in collina, e anche se è estate, non sempre è facile portare la gente fino a qui.

Mi ricollego a quello che hai appena detto. Una novità importante di questa edizione è la NAVETTA Fluò. Puoi raccontare com’è nata l’idea e che impatto speri che avrà sull’afflusso di pubblico? 

L’idea è nata perché vediamo che le persone fanno fatica a venire fin qui a vedere gli spettacoli. Durante questi anni abbiamo fidelizzato un nostro pubblico ma credo che chi segue gli eventi culturali in città qui venga poco. Con la navetta vorremmo accorciare le distanze, portare i giovani che non hanno la macchina o quelle persone che non vogliono muoverla. È un tentativo che faremo con il nostro Defender a 9 posti. Si parte dal centro, da Via D’Azeglio 55, per venire a vedere gli eventi di Scena Natura.

Il 26 giugno avete aperto il festival con una scelta inaspettata: il meraviglioso Fa' la cosa giusta di Spike Lee, film che scatenò forti polemiche quando uscì. Cosa unisce il trittico cinematografico così apparentemente diverso che avete scelto per questa rassegna?

Per il cinema, collaboriamo da sempre con Roy Menarini, un caro amico e grande critico cinematografico. Quest'anno, abbiamo deciso di coinvolgere anche Giovanni Cuoghi, un giovane cinefilo che collabora con le case di produzione. La rassegna che proponiamo "La città al cinema” procede per antitesi con il nostro festival circondato da un ambiente bucolico.
Abbiamo iniziato con il capolavoro di Spike Lee che affronta tematiche profonde attraverso il prisma della tensione sociale urbana. Questa scelta è bilanciata da Bologna dei miei tempi di Luciano Ossi, una pellicola in 8 mm che racconta una città negli anni ’50 e ’60 mai vista al cinema con la colonna sonora dal vivo curata da John Lewis. Completa la rassegna Paris vu pa r una selezione di sei episodi ambientati in diversi quartieri di Parigi a opera dei registi della Nouvelle Vague.
Il legame tra questi film così diversi è il modo in cui ognuno di essi esplora e riflette sul tema dell'evoluzione delle città e delle loro vicende attraverso il cinema. Questo approccio ci consente di offrire al pubblico una prospettiva articolata e stimolante sulla relazione tra spazio urbano, narrazione cinematografica e identità culturale.

Il programma di quest’anno è molto ricco e variegato. Con oltre una trentina di appuntamenti, quali sono gli eventi che tu personalmente attendi con più entusiasmo o a cui sei più legata?

Prima di tutto, mi sento particolarmente legata alle nostre produzioni, che considero come dei figli. In particolare, Tzatziki è uno spettacolo che ha debuttato l'anno scorso e che celebra la connessione con il mondo del cibo e dei sapori. È una "degustazione teatrale" che stimola i sensi dello spettatore attraverso assaggi reali e un'interazione diretta. In questo spettacolo, io e il talentuoso musicista Marco Muzzati, che è in grado di suonare oltre dieci strumenti di dieci paesi diversi, invitiamo il pubblico a riscoprire il piacere del gusto, usando il cibo come metafora per entrare dentro noi stessi, conoscerci e curarci. Raccontiamo riti e ricette che vanno dai semplicissimi spaghetti aglio, olio e peperoncino all’incredibile brodo di dinosauro.
Un altro progetto significativo è Tra gli Alberi , una passeggiata teatrale che rinnoviamo ogni anno. Durante questa camminata di oltre un'ora, raccontiamo storie di alberi, coinvolgendo i sensi dei partecipanti attraverso sollecitazioni olfattive. È un'esperienza immersiva a cui il pubblico risponde sempre molto bene.
Sono anche molto curiosa di vedere lo spettacolo Stelle della compagnia trentina Miscele d'Aria, che sarà allestito il 10 agosto durante la notte di San Lorenzo. È un'opera sonora immersiva dove le persone, sdraiate a terra  guarderanno il cielo, ascoltando suoni e musiche dal vivo tramite un innovativo sistema di cuffie wireless.
E poi c’è Trucioli della Compagnia Gli Omini, che apre la sezione teatro il 3 luglio. È uno spettacolo che raccoglie frammenti di interviste e persone incontrate in giro per l’Italia, disegnando un quadro della diversità umana da nord a sud dello stivale. Un collage di voci e frasi che disegnano un’Italia in miniatura.
Infine, ci saranno le giovani compagnie nella sezione "Scena Natura Open", con concerti al tramonto e alla sera, e ospiti internazionali come gli artisti austriaci che presenteranno l'installazione multimediale live Letter to Notice . Questo progetto prevede aquiloni con flauti eolici che suonano con il vento, creando un'esperienza unica. Anche Fabrizio Favale e Stella Spirou porteranno spettacoli di danza che promettono di essere emozionanti e innovativi.

Ci sono due progetti nati grazie a Scena Natura Open che presentano una forte impronta femminile,  e hanno come protagoniste le donne. Cosa li caratterizza e come si inseriscono nel contesto del festival?

Ho sempre cercato di dare spazio a interpreti, registe e progetti che pongono la donna al centro, scelta che considero non solo naturale ma anche necessaria. Le voci femminili, sia nella scrittura che nella regia, spesso riescono a interpretare in modo più profondo e autentico la complessità del nostro mondo. E allo stesso tempo credo che questa decisione rispecchi la necessità di colmare dei vuoti ancora presenti, remando contro la discriminazione che ancora oggi permea il nostro mondo culturale.
Quest'anno, ho selezionato due progetti che emergono con forza all'interno del nostro programma e che nascono da donne. Il primo è Mama Blues che esplora il legame tra le iconiche cantanti di blues e donne sconosciute che hanno in comune una storia contemporanea di coraggio e resilienza. Un incontro casuale su un treno diventa il punto di partenza per un viaggio che mescola passato e presente attraverso la potenza della musica.
Il secondo progetto, Sei la fine del mondo (letteralmente) , è un lavoro più sperimentale e visivo. Due donne, dialogando tra loro, tracciano una caricatura distopica della nostra società, giocando su toni grotteschi e provocatori. Sarà presentato in teatro il 20 settembre, offrendo al pubblico un'esperienza che sfida le convenzioni e invita alla riflessione critica.
Entrambi i progetti hanno beneficiato di un periodo di residenza nella nostra sede, permettendo agli artisti non solo di creare ma anche di confrontarsi direttamente con gli spettatori. Questo sostegno è cruciale per favorire i giovani che spesso non hanno un luogo dove presentare il proprio lavoro al pubblico.

Fienile Fluò è un luogo di arte e cultura da diversi anni. Puoi raccontarci una curiosità che ha in qualche modo coinvolto la sua trasformazione?

Fienile Fluò è un posto unico. Tutti gli artisti che sono stati qui lo hanno trovato un luogo di grande energia creativa e di grande pace. Questa caratteristica è stata notata da numerosi danzatori, drammaturghi e artisti internazionali.
In particolare ricordo la visita di grandi registi come Jane Campion, Alexander Payne, autore del premiato The holdovers e anche Jonathan Nossiter, che ha collaborato con Fienile Fluò in uno dei suoi film.
Nonostante oggi sia più noto come ristorante e relais, grazie a un festival che rappresenta il cuore della nostra produzione artistica e della nostra ospitalità, tutte le persone sentono la creatività che emerge in questo spazio e anche chi non viene qui per gli spettacoli incontra questa energia che permea tutto e che continua a muovere tutto.

Qual è stata l'ispirazione dietro la creazione di questo festival e come si è evoluto nel corso delle sue sei edizioni?

L'ispirazione alla base del nostro festival nasce dalla necessità di lavorare e performare in questo luogo e la nostra scelta artistica ne è di conseguenza fortemente condizionata. Quando progettiamo uno spettacolo, non possiamo fare a meno di costruirlo site-specific, cioè pensato appositamente per questo spazio aperto e immerso nella natura. Nessuna scatola nera quindi ma l'immensità del paesaggio richiede tutta la nostra attenzione, influenzando il nostro lavoro.

Negli ultimi anni, soprattutto a seguito della pandemia, è nata una crescente sensibilità verso l'arte all'aperto. C’è stato un vero e proprio sviluppo del settore del teatro e degli spettacoli in natura. E questa tendenza è cresciuta al punto che ora esistono dei corsi di laurea dedicati.

Noi stessi siamo coinvolti in un Master organizzato dall'Università di Bologna che partirà a settembre.

Una curiosità. Ritorniamo al Fienile. Fluo è l’abbreviativo di fluorescente e nell’ambito della moda indica colori cangianti con riflessi sfumati. Da dove deriva la scelta di chiamare questo posto Fienile Fluò?

Facendo delle ricerche sulla storia di queste zone ho scoperto un aneddoto. Un tal Vincenzo Casciarolo, calzolaio e alchimista, stava raccogliendo alcune pietre per pigmentare il cuoio e ne trovò una diversa dalle altre. Dopo averla lavorata mediante un processo di calcinazione, notò che i suoi cristalli avevano assorbito la luce del sole e si illuminavano al buio. Sembra che sia stato il primo esempio di fosforescenza nella storia. Questa sua proprietà l’ha resa famosa in tutto il mondo e per 300 anni ha scatenato dispute e curiosità tra viaggiatori, alchimisti e scienziati del tempo, tra cui anche Galileo. Dato il suo candore, la chiamavano Pietra di Luna e ne scrissero in tantissimi. Persino Goethe, durante il suo viaggio in Italia, si recò qui a Paderno per cercarne dei campioni. Era la pietra fosforica bolognese. Da qui il passo è stato breve. L’abbiamo chiamato Fluò perché la fluorescenza è un fenomeno molto simile ma il nome suonava decisamente meglio. Inoltre ci piaceva l’accostamento della parola fienile, che richiama il mondo agricolo e la nostra storia contadina, con la parola fluo, decisamente agli antipodi, molto contemporanea e che rimanda a una dimensione notturna.

 

Laura Bessega, per Bologna Estate