Album "Il bar sotto il mare"
In questa gallery raccogliamo documenti che illustrano la genesi e la vita editoriale della raccolta di racconti Il bar sotto il mare di Stefano Benni (Feltrinelli, 1987), che fanno riferimento ai temi trattati nell’opera o hanno fornito una base informativa per l’autore.
Questa non vuole essere un’analisi scientifica ed esaustiva di fonti e documenti utilizzati dall’autore né tantomeno un’interpretazione critica.
Proponiamo il resoconto di un’esperienza di lettura e di ricerca nel patrimonio della nostra biblioteca (con alcune escursioni in altre raccolte documentarie). Non c’è quindi nessuna pretesa di una presentazione esaustiva dei molti argomenti e dei molti materiali che il testo potrebbe suggerire, ma la volontà di compiere una scelta sulla base di motivazioni anche episodiche.
Consci di non incarnare il Lettore Modello presupposto dal testo, del testo faremo un uso specifico piuttosto che darne un’interpretazione, secondo la distinzione posta da Umberto Eco in Lector in fabula (paragrafo 3.4, Uso e interpretazione, p. 59-60).
Dal momento che di Il bar sotto il mare sono state pubblicate diverse edizioni, non indicheremo le pagine, ma il titolo del racconto da cui sono tratte quelle parole. I singoli testi infatti sono sufficientemente brevi per permettere a chi lo volesse di rintracciare senza difficoltà la citazione in una qualunque edizione dell’opera.
I documenti utilizzati sono quasi totalmente conservati e consultabili presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna. Salvo dove diversamente specificato la collocazione indicata è quindi relativa a questa biblioteca.
Ricordiamo che esiste un sito ufficiale dedicato all’autore in cui oltre a notizie varie si possono trovare anche diversi testi da lui scritti, in particolare articoli pubblicati su riviste e quotidiani.
Lingue aliene
Abbiamo discusso a lungo del 1978, ma Benni pubblica Il bar sotto il mare, e quindi il racconto Il marziano innamorato, quasi 10 anni dopo. La moda delle visite extraterrestri ha perso smalto - anche se gli avvistamenti non cesseranno mai - e certamente non è sua intenzione proporre una narrazione che possa anche solo ipotizzare la possibilità di un reale incontro fra umani e alieni. Come negli altri racconti lo scrittore gioca con un genere letterario, la fantascienza e, più specificamente, il topos degli incontri ravvicinati. Ma gioca anche su un piano meno esplicito, che possiamo ravvisare in molti altri suoi testi: quello linguistico.
Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti in Aga magéra difúra. Dizionario delle lingue immaginarie dedicano qualche pagina alle lingue inventate nelle opere di Benni - e ci torneremo nelle prossime letture - ma non citano la lingua del marziano di questo racconto, di cui abbiamo avuto un saggio nella scheda con cui abbiamo iniziato a parlarne («– Zukunnuk dastrunavi baghazzaz minkemullu mekkanikuz!» dice l’extraterrestre prendendo a calci il suo disco volante) e che continua a emergere lungo tutto l’arco della narrazione, nonostante Kraputnyk impari in maniera istantanea l’italiano.
Come possano comunicare gli abitanti degli altri pianeti - dando per scontato che ve ne siano - è sempre stato un tema di grande fascino nelle narrazioni fantascientifiche. Ma ha in alcuni casi destato anche l’attenzione del mondo scientifico (o, con gli occhi di oggi, pseudoscientifico). A cavallo fra Otto e Novecento, in Svizzera, suscitò scalpore e coinvolse insigni studiosi quello che Roberto Giacomelli ha definito Lo strano caso della signora Hélène Smith, una commessa di cui si diceva che possedesse doti medianiche e poteri paranormali. Fra questi spiccava l’abilità nel parlare - o, dipende da quanto la si considerava degna di fede, nell’inventare - lingue mai ascoltate, umane e non. Agli idiomi extraterrestri parlati e scritti dalla signora Smith, Giacomelli dedica il capitolo Viaggi interplanetari e lingue aliene: marziano, ultra-marziano, uraniano, lunare (p. 81-115).
Nell’immagine a fianco vediamo gli ideogrammi dell’ultra-marzxiano, lingua di una popolazione marziana rimasta allo stato primitivo e quindi priva di alfabeto. Il marziano invece ha non solo un alfabeto, ma anche una sua grammatica. L’uraniano, infine, svela la sua finzionalità perché chiaramente modellato sul sanscrito che la signora Hélène Smith stava studiando.
Roberto Giacomelli, Lo strano caso della signora Hélène Smith. Spiritismo, glossolalia e lingue immaginarie, Milano, Scheiwiller, 2006.